venerdì 24 novembre 2017

Cosa deve fare un razzista per farsi prendere sul serio in Italia?

Qualche giorno fa è morto un razzista, che era stato il leader di una piccola organizzazione razzista, che faceva discorsi razzisti e profetizzava di una guerra tra le razze al termine della quale lui avrebbe regnato su una razza inferiore; per questo motivo chiedeva ai suoi sottoposti di commettere omicidi a matrice razziale, scegliendo vittime bianche e ricche e facendo in modo che la colpa ricadesse sui neri. 

E i giornali italiani hanno scritto che è morto un satanista.

Insomma cosa deve fare un razzista per farsi accreditare come tale in Italia? Incidersi una svastica in fronte? No, neanche così. Manson non era il diavolo: Manson era un razzista si legge su TheVision.




Qualche giorno fa è morto, dopo una vita in galera, Charles Manson, un personaggio di cui avrete probabilmente sentito parlare. Se la sua storia non vi ha mai particolarmente appassionato, se avete soltanto dato una veloce scorsa ai titoli dei quotidiani italiani, probabilmente sapete che era un serial killer satanista che tra l’altro pugnalò, in modo particolarmente efferato, la giovane attrice incinta Sharon Tate. Eppure Charles Manson non era esattamente un serial killer, non era esattamente un satanista e soprattutto non ha mai pugnalato Sharon Tate. Siamo davanti all’ennesima fake news, penserete. Si e no. Diciamo che siete davanti a una libera interpretazione della stampa italiana.
Charles Manson è un personaggio davvero esistito e nato nel 1934 a Cincinnati, Ohio, in un contesto disagiato – sua madre, sedicenne, fu subito abbandonata dal padre – così com’è davvero entrato in un riformatorio cattolico a 13 anni, per evaderne molto presto su un’auto rubata, e rientrarci poco dopo. Come raccontò ai giurati che lo condannarono, buona parte degli anni Sessanta Manson li osservò da dietro le sbarre, mentre scontava pene per furto e sfruttamento della prostituzione. Questo se da un lato gli impedì di godersi l’esplosione del flower power californiano, dall’altro forse gli diede qualche elemento in più per captare meglio di tanti osservatori le tensioni più distruttive che covavano in quegli anni – in particolare quelle razziali (continua su TheVision).

lunedì 20 novembre 2017

Italo Calvino è un troll dal Cremlino?


Li abbiamo sospettati, li abbiamo sognati, ci abbiamo scherzato sopra e adesso sappiamo che esistono: i “troll russi” hanno veramente creato dei meme per influenzare la campagna elettorale americana. Alcuni erano così efficaci che sono rimbalzati persino da noi: ricordate la ragazza velata che consulta indifferente il cellulare sullo sfondo del tragico attentato di Westminster? A osservarla bene, la ragazza non sembrava affatto serena o indifferente (qualche giorno dopo avrebbe partecipato, nello stesso luogo, a una manifestazione di solidarietà alle vittime dell’attentato). Aveva l’espressione che potrei avere io sulla scena di un disastro mentre cerco in rubrica il numero dei miei per rassicurarli – impressione confermata dallo stesso fotografo. Eppure per qualche giorno la foto rimbalzò in rete come esempio dell’indifferenza di tutti i musulmani d’Europa e d’Occidente. Ma chi era stato il primo a farla circolare? Un account Twitter apparentemente e fieramente texano, @SouthLoneStar, che aveva twittato di una “donna musulmana che cammina disinvolta vicino a un uomo che muore mentre guarda il suo telefono”. Oggi @SouthLoneStar non esiste più e nel frattempo è stato inserito in una lista di 2700 account che secondo una commissione del Congresso Usa sarebbero stati appositamente aperti a San Pietroburgo per diffondere in Occidente odio e disinformazione.

Come se non ne producessimo già noi in abbondanza.


(Ho scritto un pezzo per TheVision, dall'allarmante titolo I TROLL RUSSI STANNO GIÀ INFLUENZANDO L’OPINIONE ITALIANA).

sabato 18 novembre 2017

Dylan senza Penelope



Time Out of Mind (1997)
(Il disco precedente: MTV Unplugged
Il disco successivo...)

Gli uomini non sanno perché procurano fama a un’opera d’arte. Da quegli imperfettissimi conoscitori che sono, credono di scoprirvi chissà quali bellezze a giustificazione di tanto entusiasmo; ma il vero motivo del loro favore è un imponderabile elemento di simpatia (se non sai chi è googlalo, non vergognarti).

***

"Certe cose nella vita è troppo tardi per impararle" (Highlands).

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Così entro in un ristorante, e indovina chi mi trovo davanti: la donna della mia vita. Cioè, di una. Delle mie donne. Delle mie vite.

***


Caro lettore, se mi hai seguito fin qui (e complimenti), sai più o meno cosa ci aspetta. Dopo un lunghissimo viaggio in un arcipelago di mostri e batterie elettroniche, il nostro Eroe è finalmente pronto per tornare a casa. In realtà è già lì da due o tre dischi, prudentemente travestito da anziano bluesman. Solo i cani e la nutrice l'hanno riconosciuto: lui si aggira tra le colonne e i jukebox che un tempo erano suoi, a stento tollerato dagli altri ospiti del palazzo, che non sanno di mangiare e bere a sue spese. Ma ora è tempo che si riveli. Il servo Lanois è già stato istruito; le porte del palazzo sono state sprangate, le armi nascoste; ora il nostro Eroe con una scusa si farà consegnare una chitarra, e non ce ne sarà più per nessuno. Bob Dylan, il vero Bob Dylan è tornato. Ci ha messo parecchio ad arrivare - a proposito, quanto? se consideriamo il 1975 di Blood on the Tracks e Desire, beh, ha già superato il record di 20 anni di Ulisse; a volte sembrava quasi arrivato, ma poi una tempesta o un Dio lo risospingevano lontano. Stavolta è qui davvero, e non fa prigionieri.

Anche ai Grammy, una strage. Disco dell'anno. Migliore performance vocale. Migliore album di folk contemporaneo. Non era mai successo - ma nel '97 è quasi un atto dovuto, è un onore più per i Grammy che per Bob Dylan. I critici sono prostrati a terra, supplicano pietà, chiedono perdono per aver dubitato anche solo per un istante del ritorno. Qualcuno nell'ombra singhiozza commosso o disperato, qualcun altro grida senza tradire incertezza: "è il disco migliore che Egli abbia mai composto!" Seh, vabbe', il solito esagerato, chi sarà? Ah, però, Elvis Costello.


This kind of love I’m so sick of it

Caro lettore, non so perché ti ho preso in giro così a lungo. Riflettendoci, in effetti, a me Dylan neanche piace. Forse avrei dovuto accorgermene prima, che ne dici? Da molti mesi lo inseguo in lungo e in largo per vent'anni di dischi, incontrando soltanto gente che mi raccontava quanto fosse fuori forma, quanto si stesse buttando via - tutta un'odissea di rimpianto per le belle cose che avrebbe potuto darci dal '75 in poi, invece di registrare in fretta e a caso. La prova di tutto questo è che quando Dylan si è fermato, quando ha deciso di imparare davvero come si registra un disco, improvvisamente si è rimesso a sfornarne di straordinari. Su poche cose i critici sono d'accordo come sul fatto che Times Out of Mind sia l'inizio di una serie positiva quasi miracolosa, per un tizio che in teoria aveva già fatto tre o quattro Grandi Ritorni ma non era mai ritornato davvero. Stavolta sì. Lo capisci anche solo dai primi versi di Love Sick. Stavolta sa cosa sta facendo. Stavolta non ha bisogno di nessuna scusa, nessun Gesù, nessuna apocalisse, nessun matrimonio da salvare, nessuna campagna politica, nessun fatto di cronaca; stavolta è solo davanti al grande vuoto che si trova davanti, il posto dove sta per ritrovarsi. Stavolta è davvero Bob Dylan. Il grande Bob Dylan, e quindi?

E quindi, beh... è un po' noioso.

Sì, lo so, scusami.

I’m sick of love; I wish I’d never met you
I’m sick of love; I’m trying to forget you


No, no, hai ragione, non c'è nessuna scusa possibile, però... ti ricordi quei dischi strampalati degli anni Ottanta, che ne so, Empire Burlesque? Ogni canzone era un esperimento, un mostro nato male e arrangiato peggio, però... almeno erano tutte diverse tra loro, come le avventure di Ulisse nel mare sconosciuto. Invece adesso beh, è tutto molto più consapevole, molto più definito, nei minimi dettagli. È tutto molto compatto - addirittura ogni canzone gira intorno allo stesso argomento. È decisamente un disco di atmosfera: lo metti su e dopo un po' non sai nemmeno più che canzone stai ascoltando - con qualche studiata eccezione, tendono deliberatamente ad assomigliarsi. Dylan per molti anni non si è minimamente preoccupato dell'atmosfera; quando ogni tanto ne azzeccava una (Lay Lady Lay) era per puro caso. Ma a questo punto della vita, se ti rimetti a lavorare con Daniel Lanois non lo fai per caso.

Dylan gli aveva fatto sentire i demo in una stanza d'albergo a New York  (stavolta Dylan aveva perfino fatto i demo!) Lanois ovviamente li aveva trovati disperati e fantastici; Lanois racconterà al pubblico dei Grammy di aver esclamato "Questo è il disco che voglio fare", ma non è che avesse molta scelta - nel 1997 la sua stella stava declinando più in fretta di quella di Dylan. Persino gli U2 lo avevano temporaneamente accantonato, ora lavoravano con Howie B.  Dall'Europa stava arrivando una valanga di musica sempre più campionata e sintetica, in America ormai l'hip-hop regnava egemone, in una situazione del genere se Bob Dylan ti fa sentire un demo non è che ti metti fare il difficile. Lo stesso Lanois sentiva lo spirito dei tempi, manovrava ormai le manopole come un dj techno; pretendeva di registrare un disco folk come se fosse dub, mixando 64 e più piste, tre sezioni ritmiche, due slide guitar, cercando il modo più artefatto per ottenere un sound apparentemente caldo e umano. Ovviamente litigarono sui musicisti, sulle sale di registrazione, sugli arrangiamenti; ovviamente ogni tanto Dylan scappava in motocicletta e Lanois forse spaccò qualche altra chitarra. Ma entrambi lo sapevano già prima di iniziare.



Il risultato è un'opera di indubbio fascino verso la quale nutro sentimenti contrastanti - come quando restaurano un affresco medievale con colori così vivi che non sembra più medievale. È come osservare un laboratorio in cui padron Dylan grida: voglio essere spontaneo! più spontaneità perdio! mentre il professor Lanois armeggia intorno alle provette, perché si dà il caso che la spontaneità sia una formula molto complicata. Qua e là ovviamente la manopola gli prende la mano, e Love Sick da questo punto di vista non è il biglietto da visita migliore: l'idea di passare nel compressore la voce, di distorcerla come uno strumento... è un'idea coraggiosa, se non proprio avventata, che pone un ultimatum all'ascoltatore: questo è il nuovo Dylan, prendere o lasciare. In realtà altri brani di Time sono registrati molto più alla buona, come al solito, ma la prima impressione è importante, ed è quella che lasciano la voce compressa e l'organo tremolante di Love Sick. Nel laboratorio Lanois ha scoperto la formula del viaggio nel tempo, e se ci sembra falso è perché l'illusione è troppo palpabile per essere reale - il passato non è mai suonato così bene. Gli anni Cinquanta pre-elvisiani non sono più una semplice terra della nostalgia: ormai sono un'età dell'oro, un mito olimpico che forse vive ancora al di sopra delle nuvole. Mentre promuoveva Time Out of Mind, a Dylan più volte è capitato di parlare di Buddy Holly come un devoto parla di un santo; diceva che in quel periodo s'imbatteva dappertutto nelle sue canzoni - in taxi, in ascensore, e che questo era senz'altro un segno, una benedizione. Fino a pochi anni prima sarebbe stato impossibile pensare di santificare un personaggio come Buddy Holly. Poco tempo prima, dopo avere rischiato la vita per un'istoplasmosi, Dylan aveva dichiarato: "Stavolta pensavo che avrei davvero visto Elvis". Qualche anno prima avrebbe detto Gesù, ora il paradiso è un luogo interessante perché c'è Elvis.

Gon’ walk on down that dirt road ’til I’m right beside the sun
Gon’ walk on down until I’m right beside the sun
I’m gonna have to put up a barrier to keep myself away from everyone



Il secondo brano, Dirt Road Blues, è il collaudo della Macchina del Tempo di Lanois: cosa gli manca per sembrare un vero blues del Delta, recuperato in un vecchio disco in soffitta? Forse avrebbe dovuto aggiungere al mix il crepitìo del vinile, come i Massive Attack in Teardrop l'anno dopo. Per alcuni critici era il brano più debole (il secondo in scaletta molto spesso lo è): nel 1997 non potevano sapere che Dirt Road Blues di tutti i pezzi era quello che guardava più lontano, non solo nel passato ma anche nel futuro - che poi per Dylan sono ormai la stessa cosa: il passo successivo a Time Out of Mind sarebbe stata un'immersione ancora più profonda nel blues ancestrale.

I’m strumming on my gay guitar, smoking a cheap cigar
The ghost of our old love has not gone away
Don’t look like it will anytime soon...

Standing in the Doorway mette a fuoco  il tema ossessivo del disco: la solitudine e il rimpianto per una donna che, per quanto possa suonare assurdo a chi conosce la biografia di Dylan, è "the one", l'Unica. Nemmeno ai tempi del Marito Coccolone, Dylan aveva mai scritto un intero disco dedicato a una donna sola - persino in Nashville Skyline Sara era una presenza meno asfissiante. E in nessun disco di Dylan questa donna è così lontana, "a mille miglia"; nessun disco come Time dà la sensazione che le recriminazioni amorose di Dylan stiano cadendo in un vuoto siderale; puoi vendere tutti i dischi che vuoi (un milione solo negli USA), e convincere tutti i negozianti che sei tornato in forma e degno di stare al centro della vetrina. Dentro di te rimani sempre quel pezzente che suona una chitarra da pochi soldi ("Gay guitar", da noi sarebbe una Eko), fumando un toscano puzzolente. Dylan è tornato a casa, ma Penelope se n'è andata da un pezzo.

I’m drifting in and out of dreamless sleep
Throwing all my memories in a ditch so deep
Did so many things I never did intend to do
Well, I’m tryin’ to get closer but I’m still a million miles from you

Million Miles è un blues come ne ha scritti a dozzine, anche nei periodi meno ispirati, salvo che stavolta il professor Lanois ha azzeccato la formula giusta. Adesso è più facile anche tornare indietro, ai periodi più confusi, e capire cosa stava cercando Dylan quando si era intestardito a recuperare per esempio il rockabilly in Down in the Groove. Ci si può anche incazzare, pensando a quanti anni ha perso Dylan perché non riusciva a spiegare il tipo di suono che voleva. Ma non era solo colpa sua: paradossalmente, quel tipo di suono "antico" fino a qualche anno prima sarebbe stato molto più complesso da isolare e registrare. Come certi anziani registi che con l'avvento della tecnologia digitale hanno avuto una seconda fioritura artistica, Dylan, quando verso la fine dei Novanta si è rassegnato a tornare in una sala d'incisione, ha scoperto che era diventato un luogo meno complicato per lui. Il che non significa che non ci furono litigi e fughe, ma qualcosa effettivamente stava tornando a essere più facile. Addirittura, quando si passò al missaggio, Dylan continuò a frequentare lo studio. Reincise varie tracce, guardava i tecnici lavorare, si faceva spiegare le cose. Nessuno poteva immaginarlo, ma stava prendendo forma Jack Frost, l'alter-ego produttore che dal 1998 prenderà il controllo assoluto di ogni registrazione di BD. Un Dylan davvero produttore di sé stesso, che si riascolta in cuffia finché non è contento, fino a pochi anni prima sarebbe stato impensabile. Certo, aveva anche smesso di bere.

When I was in Missouri, they would not let me be
I had to leave there in a hurry, I only saw what they let me see
You broke a heart that loved you
Now you can seal up the book and not write anymore
I’ve been walking that lonesome valley
Trying to get to heaven before they close the door

Si fece persino fotografare da Lanois - la copertina di Time Out of Mind è l'unica in cui Dylan è ritratto in una sala di registrazione (la cantina della versione 1974 di The Basement Tapes è più fiaba che realtà). Il testo di Tryin' to Get to Heaven è forse la miglior sintesi del disco: l'autoritratto di un uomo solo, perennemente in viaggio (Dylan continuava a macinare i suoi cento concerti all'anno), ovunque inseguito da ricordi e rimpianti. Subito dopo arriva 'Till I Fell in Love with You, l'ennesimo blues sotterraneo, arrangiato benissimo ma... era così necessario? Il miglior disco di Bob Dylan, Mr Costello, ma siamo sicuri? (continua sul Post)

mercoledì 15 novembre 2017

Il genere maschile non esiste

(Considerazioni di una non-femmina)

Ho letto che in Francia qualcuno sta seriamente proponendo di cambiare la regola grammaticale più maschilista di tutte, la concordanza mista degli aggettivi al maschile plurale: in pratica quella regola per cui se in una stanza in cui siedono, diciamo, quaranta studentesse brave, entra un solo ragazzo bravo, il risultato è che in quella classe ci sono quarantuno studenti bravi. La regola non è così irragionevole - non sempre è possibile determinare l’esatto numero dei componenti maschili e femminili di un insieme - però è sessista, senza dubbio.

La cosa che più mi ha colpito è che a trovarla non più tollerabile siano stati gli ex studenti, che ricordavano la reazione bullistica degli studenti di sesso maschile: (“Siamo i più forti!”, ecc.). Un insegnante della generazione precedente, diciamo di 50 anni fa, avrebbe zittito tutti quanti: è solo grammatica, stronzetti, ora aprite il diario e scrivete i compiti di punizione. Risalendo ancora un po’ più indietro, il problema non si poneva: studenti e studentesse non frequentavano le stesse aule. È un’idea consolante: la sensazione di vivere in un periodo di ostilità tra i sessi è dovuta soprattutto al fatto che oggi c’è un dialogo, un confronto che pochi anni fa era impensabile.

Che fatica però.

Qualche anno fa durante una lezione di grammatica ho pensato di risolvere il problema così: ok, sul manuale c’è scritto che c’è un genere maschile e uno femminile, ma se ci pensate bene l’unico vero genere ben definito è il secondo. Lo uso ogni volta che sono sicuro che ogni elemento dell’insieme è di sesso femminile. Invece il genere maschile non esiste: fosse per me lo chiamerei non-femminile; infatti si usa ogni volta che in un insieme non sono tutte femmine. “Una classe di studentesse” mi dice con precisione chi c’è dentro. “Una classe di studenti” mi lascia il dubbio: alcune saranno femmine e alcuni no. Ecco qua. Ho detto una bugia? Non proprio. Diciamo che ho esercitato il mio diritto a fornire una spiegazione meno sessista dei fenomeni grammaticali. La regola alla fine resta sempre la stessa, e può darsi che sia sbagliata (ma mica spetta a me cambiarla). Però almeno evito la scenetta dei ragazzi che ridacchiano e festeggiano una presunta superiorità attestata sul manuale. Forse ho solo confuso le acque: forse è tutto quel che posso fare.

È più o meno lo stesso approccio con cui affronto tutte le polemiche che girano intorno al sessismo, e devo dirlo: non è che funzioni benissimo: ma che altro posso fare? Sono un maschio eterosessuale: o sto zitto o è mansplaining. Star zitto alla lunga è faticoso, tocca ascoltare gli altri e non dicono sempre cose intelligenti, allora provo a fare una mossa laterale - mi sgamano, eh, ma almeno ci provo.

Quando mi sento dire: voi maschi avete paura di questa ondata di denunce, della nuova consapevolezza che sta portando a chi fino a qualche mese fa poteva solo sopportare in silenzio, io rispondo che beh, forse sì, ho un po’ paura: ma non in quanto maschio (sapete, il genere maschile non esiste). Quando scopro che un produttore italiano è rivenduto al pubblico delle Iene come “il Weinstein italiano”, ma non c’è nessuna denuncia, e dieci accusatrici su dodici sono anonime mentre le altre due non fanno il nome del produttore, io sì, comincio ad avere un po’ paura. Perché sono un maschio e sento franarmi addosso il patriarcato? Oppure perché sono un cittadin*, e l’idea che in Italia i sospetti molestatori seriali vengano inquisiti non dai magistrati, ma dalla trasmissione che ha difeso per anni il metodo Stamina come una sana alternativa alla chemioterapia dovrebbe spaventare chiunque, maschio, femmina, transgender, polimorfo? Il “Weinstein italiano”, capite. L’Harvey Weinstein originale è stato accusato da più di cento donne, di cui solo una manciata sono anonime. Non si tratta di semplici voci raccolte da un cronista d’assalto: la maggior parte sono denunce circostanziate che risultano agli atti. In Italia per diventare un “Weinstein” ti basta trovare dieci fonti anonime disposte a fare il tuo nome. Non mi devo preoccupare? È solo il pisello in me che si preoccupa?


Qualcuno comincia a chiedersi: ok, magari c’è stata una sottovalutazione del problema, ma ha un senso combatterla dando credito a qualsiasi voce di corridoio? Vale ancora la presunzione d’innocenza? Qualcuna ha la franchezza di rispondere: no. Non ce la possiamo permettere. È un’emergenza, evidentemente (ma quanto potrebbe durare?) In Italia i limiti temporali per sporgere una denuncia sono troppo brevi, non è che possiamo sempre preoccuparci di essere garantisti con gente che forse, dico forse, molestava. Roviniamogli la carriera e non pensiamoci più. Funzionerà al limite come deterrente - potrebbe davvero funzionare. Ma avete riflettuto un attimo sugli effetti collaterali?

Anche su TheVision leggo che Woody Allen è ancora in libertà malgrado sua figlia lo abbia accusato di cose orribili: come possiamo perdonargli anche solo un sospetto di pedofilia? Oserei obiettare che non spetta a noi perdonargli niente, così come non siamo tenuti a credere a quel che racconta sua figlia: è la rielaborazione di una cosa messa in giro da sua madre (Mia Farrow) nel momento più critico di un divorzio. Il caso Allen però è particolarmente spinoso, perché ammette soltanto due possibilità: o Woody Allen è davvero colpevole di qualcosa di orribile (ma non ci sono prove), o Mia Farrow ha fatto qualcosa di quasi altrettanto orribile, alimentando fino a oggi una voce così infamante su di lui, al punto di crescere una figlia convinta di essere stata vittima delle attenzioni morbose del padre.

Quel che è davvero inquietante del caso Farrow/Allen, è che uno dei due è senz’altro colpevole di aver fatto male a una figlia: ma sono liberi entrambi. Grazie al cielo non spetta a noi scegliere: non siamo giudici - ma se lo fossimo, a quale criterio ci affideremmo? Se mi rispondete che una madre non può mentire in quanto madre, e una figlia non può mentire in quanto figlia, io mi preoccupo. Perché sono un maschio? Forse. Forse tutto il mio raziocinio non è che l’organo di autodifesa del mio pene, ok, non posso escluderlo. Figurati se a vent’anni non ho scambiato #anch’io per un cenno di intesa un semplice sorriso, figurati se non ho allungato una mano che doveva stare al suo posto o fatto qualche altra stronzata che adesso spero di far passare sotto silenzio. Onestamente non ricordo, a volte poi ero bevuto, ah, ma anche Kevin Spacey, no? Non può essere una scusa. No.

Non posso escludere di far parte di un insieme di creature naturalmente infide e prevaricatrici (i maschi), i cui vantaggi evolutivi negli ultimi tempi si sono talmente ridimensionati che non sembra poi così esagerata chi propone di farne a meno. Quel che voglio dire, dopo aver bevuto la mia coppa di bromuro fino alla feccia, è che se pensate di cambiare paradigma semplicemente invertendolo, potreste avere una brutta sorpresa. Se per schiacciare i maschi prepotenti voi calpestate il diritto, e reclamate la legittimità della delazione anonima, alla fine potreste restare calpestate anche voi, e da un piede non necessariamente femminile. Quando si comincia a dar credito a qualsiasi accusa, le donne finiscono per farne le spese quanto gli uomini - di solito anche peggio. Erano donne, non uomini, le maestre che furono accusate di pedofilia a Rignano Flaminio. Non erano famose come Woody Allen e fecero molta più fatica a difendersi. In quel caso non furono le Iene a mobilitarsi, bisogna dirlo: fu un altro programma. Giornalisti iscritti all’albo, in ogni caso. C’erano le testimonianze dei bambini, potevano sbagliarsi i bambini? C’era la rabbia dei genitori, che è sacra: come si poteva anche solo mantenere il beneficio del dubbio? Anche allora non si poteva andare per il sottile: c’erano i satanisti, là fuori.

A chi scrive, senza scherzare, che “gli uomini perbene non hanno nulla da nascondere” (una frase perfetta da incidere su qualsiasi videocamera di sorveglianza) posso solo rispondere: ok, magari anch’io non sarò 100% perbene, ma allora chi? Chi può essere sicuro di essere al di sopra di qualsiasi sospetto, di qualsiasi voce? Il primo che mi viene in mente - sarà che è novembre - è San Carlo Borromeo, che si vantava di non avere mai dato udienza a una donna in assenza di testimoni. Dovremmo probabilmente fare tutti così (organizzarci soprattutto negli ascensori). Non è una coincidenza che lo stesso San Carlo avesse separato uomini e donne nelle chiese e piazzato una vera e propria barriera tra le navate, affinché gli uomini non molestassero le donne con lo sguardo. Il momento in cui ogni sospetto diventa reato, in cui ogni voce diventa condanna, precede di poco il momento in cui ci si copre il capo, e ci si divide in navate diverse, in aule separate. E a quel punto non si litiga più, neanche sulla concordanza del genere misto: a qualcuno sembrerà un passo avanti.

sabato 11 novembre 2017

Dylan stacca la spina?

MTV Unplugged (inciso nel 1994, pubblicato nel 1995).

(Il disco precedente: World Gone Wrong.
Il disco successivo: Time Out of Mind).


I grafici degli anni '90, sul serio, parliamone.
"Non ero molto sicuro sul materiale che avrei dovuto usare. Mi sarebbe piaciuto fare vecchie canzoni folk con strumenti acustici, ma avevo un sacco di pressioni da altre fonti che pensavano a cosa sarebbe andato bene per il pubblico di MTV. La compagnia discografica mi diceva: "Questo non puoi farlo, è troppo oscuro". Una volta mi sarei messo a litigare, ma non c'è più motivo. OK, e allora cosa c'è di non troppo oscuro? Mi hanno detto: Knockin' on Heaven's Door" (Bob Dylan in un'intervista nel 1995, mentre spiega perché MTV Unplugged è il suo ennesimo live e non il capolavoro che avrebbe potuto essere).

Magari negli anni Novanta non c'eravate. Troppo piccoli. Ci spero (qui se non comincio a farmi leggere dai millenials tra un po' è finita). Nel vostro caso, immagino che sia facile affrontare MTV Unplugged con un forte pregiudizio negativo - l'ennesimo tentativo del Dylansauro di adattarsi ai tempi che cambiano, ai nuovi mercati, a un pubblico giovane che pretendeva di ascoltare la musica in televisione, epperò alla resa dei conti pretendeva anche le solite lagne che lo stesso BD si era stancato di suonare 20 anni prima: sul serio, chi aveva davvero bisogno di una nuova versione di All Along the Watchtower? C'era in Before the Flood, c'era in Budokan, nel disco coi Dead, ed eccola anche qui. Già. Unplugged è uno dei dischi che soffre di più del metodo che abbiamo deciso di adottare: non è un cattivo live, ma se lo ascolti durante una full immersion cronologica, ti può ispirare una certa nausea - ancora Like a Rolling Stone, sul serio? E poi che copertina brutta, che camicia assurda, che titolo poco invitante - se negli anni Novanta eravate troppo piccoli, è probabile che la sigla "MTV" vi faccia pensare, più che alla musica, ai manga e a telefilm per bimbominchia. In effetti. Ma non è stato sempre così, lo sapete? Che all'inizio la "M" di MTV stava per "musica"? E che dopo aver conquistato il cuore e l'immaginazione dei ragazzini degli anni Ottanta, nel decennio successivo MTV aveva trasceso le generazioni e i target, diventando semplicemente il luogo dove tutta la musica succedeva? Che senza MTV Britney Spears magari avrebbe avuto una dignitosa carriera post-Disney, ma i Nirvana difficilmente sarebbero usciti da Seattle? E che uno degli strumenti con cui MTV aveva costruito la sua egemonia era proprio una trasmissione in cui i divi di due generazioni si alternavano a suonare i loro successi davanti a un pubblico ristretto, con una strumentazione ridotta? Una situazione ideale per la seconda serata televisiva, un modo per trasformare anche il rock più chiassoso in qualcosa di più intimo, rassicurante.  Si chiamava "Unplugged", in italiano si potrebbe tradurre "A spina staccata", e Dylan non avrebbe potuto non inciderne uno. Sarebbe stato impossibile.

Sarebbe stato anche molto ingiusto - in fondo, cos'è "unplugged" se non un set acustico? E chi ha inventato i set acustici? Chi è stato il primo a portare al pubblico perplesso non soltanto versioni elettriche dei suoi successi folk, ma anche l'opposto: riletture acustiche dei brani che aveva inciso con una band? Già ai tempi del tour del '66, quando saliva sul palco da solo per suonare Visions of Johanna Just Like a Woman, stava suonando quello che negli anni '90 ci eravamo tutti messi a definire un "unplugged". Insomma non era Dylan ad accostarsi a MTV: era MTV che stava cominciando a capire Dylan. E poi c'era il precedente di Eric Clapton.
"Tutti mi parlavano di come Eric Clapton aveva rifatto Layla in stile acustico per Unplugged. Questo mi ha influenzato a fare la stessa cosa con Like a Rolling Stone, ma non sarebbe mai stata suonata così normalmente". 


Due anni prima, Clapton aveva partecipato a MTV Unplugged con un set di un'ora - tra i pezzi suonati, l'ancora inedita Tears in Heaven e una Layla addomesticata: l'urlo d'amore primordiale trasformato in uno swing elegante per ascoltatori di mezza età. Una volta messo su CD, il concerto aveva ottenuto qualche tiepida recensione e venduto VENTISEI MILIONI DI COPIE. È tuttora il live più venduto di tutti i tempi - a questo punto possiamo serenamente concludere che sarà il disco live più venduto della storia dell'uomo. Questo credo che sia sufficiente a spiegare perché quelle due sere di novembre, a New York, la Columbia non permise a Dylan di suonare quel che voleva, un set magari davvero acustico di cover di vecchi brani folk: il risultato sarebbe stato il terzo volume di una trilogia inaugurata con Good As I Been to You e proseguita con World Gone Wrong, con ogni probabilità un disco più interessante, ma nel '95 sarebbe stato un errore quasi criminale.

Unplugged era la trasmissione musicale più seguita al mondo e Dylan non poteva rinunciare all'opportunità che gli offriva. Quella sera gli bastava suonare a volume non troppo alto i suoi migliori successi, sorridere ogni tanto al pubblico selezionato dalla Sony/BMG/Columbia, e vendere anche solo la metà di Clapton, per ottenere il suo più grande successo commerciale. Il suo Unplugged alla fine incassò molto meno, ma comunque più qualsiasi disco inciso dopo i Traveling Wilburys. Però, siamo onesti: non ci mise l'anima. Forse proprio perché il concetto della trasmissione si adattava molto di più a lui che a Clapton o ai Nirvana: per loro si trattava di rimettere in discussione strumentazioni e arrangiamenti, per Dylan era solo un set come tanti. È difficile capire, per esempio, cosa volesse ottenere con questa Like a Rolling Stone, e in che modo pensava che potesse rappresentare quel che era stata per Clapton la Layla swing del '93. Non c'è niente di swing nel modo in cui Dylan rilegge per l'ennesima volta il suo cavallo di battaglia: quel che si può dire è che è molto più rilassato del solito (forse la versione incisa a cui somiglia di più è quella all'isola di Wight), e che proprio in virtù di questa rilassatezza, il brano non finisce mai. Nove interminabili minuti. Persino Desolation Row scorre più velocemente. Poi davvero, magari a questo punto della storia sono stanco io - anche Tombstone Blues  mi sembra di averla sentita cento volte, e invece è la prima versione live ufficiale. Sarà autosuggestione, ma le cose nettamente migliori di Unplugged mi sembrano gli inediti: soprattutto John Brown, che abbiamo ascoltato già al Gaslight e nei Witmark Demos, ma nel 1995 era un brano noto solo ai dylaniti più estremi. Dylan la canta con una foga e una convinzione che non mi sembra di trovare nei pezzi più famosi. Ci potrebbe essere una spiegazione vagamente politica: durante la prima guerra del Golfo (1991) Dylan aveva ripreso in concerto con una nuova convinzione alcuni dei suoi inni pacifisti: soprattutto Masters of War, di cui aveva dato una versione sguaiatissima, più-che-punk, proprio la sera di quel febbraio '91 in cui lo premiavano con il Grammy alla carriera: lo stesso brano che al concerto del trentesimo anniversario era stato rabbiosamente rivendicato dai Pearl Jam (continua sul Post).

mercoledì 8 novembre 2017

Renzi sfida Renzi e Renzi perde

Forse anche voi ieri sera avete avuto la curiosità di vedere come se la cavava Matteo Renzi in prima serata su La7. Da solo, visto che Di Maio gli aveva dato buca. Anche voi a un certo punto vi sarete resi conto di assistere a uno spettacolo non imperdibile, certo, ma nel suo genere abbastanza unico: un leader politico attirato in un talk show con l’illusione di uno scontro diretto con Di Maio, poi indiretto con Di Battista, poi neanche quello, e accerchiato da un quartetto di giornalisti insolitamente agguerriti. Ne è uscito bene? Per i renziani ovviamente sì: è stato coraggioso e si è battuto come un leone. Bene, bravo, bis. Chi renziano non è – ed è anzi un po’ refrattario a farsi andare giù il personaggio – si sarà facilmente fatto l’idea opposta: lo hanno fatto a pezzi, asfaltato, e così via. Forse la verità sta nel mezzo? No, piuttosto agli estremi.
Un dibattito in TV non è un match sportivo: infatti ognuno può decidere che la propria “squadra” abbia trionfato sugli avversari, e trovare argomenti per corroborare la propria opinione. La forza deitalk show non è la sbandierata capacità di orientare un bacino di indecisi che probabilmente a quell’ora guarda altre trasmissioni, la forza dei talk show sta proprio nell’ambiguità, nella capacità di rivolgersi contemporaneamente a pubblici diversi – renziani e antirenziani, in questo caso – con messaggi antitetici: “Renzi è alla frutta!”, “No, Renzi è un leone!”. Win-win. Ha fatto bene Di Maio a tirarsi fuori e ha fatto bene Renzi ad andare. Chi dà del fifone a Di Maio non lo avrebbe comunque trovato convincente e non voterà per lui, chi detesta Renzi non avrà certo cambiato idea dopo lo show di ieri sera, perché le uniche prediche che funzionano in TV sono quelle ai convertiti.

“Io ho perso, nella politica italiana non perde mai nessuno. Non vincono, ma non perde mai nessuno. Ma io sono diverso, ho perso,” diceva Renzi durante lo spoglio del referendum, un anno fa (continua su TheVision).

domenica 5 novembre 2017

Nessuno canta il blues come Bob D.


World Gone Wrong (1993)
(Il disco precedente: Good As I Been to You;
il disco successivo: MTV Unplugged)

Succedono cose strane, mai successe prima:
la mia donna mi ha detto che me ne dovrò andare.
Non posso più essere buono con te,
buono come ero prima,
non posso più essere buono, amore, 
tutto perché il mondo è andato a puttane.

Ci sono canzoni che cantiamo e canzoni da cui siamo cantati. Dylan ha scritto tante belle canzoni, e molte è anche riuscito a inciderle in modo soddisfacente. E poi ci sono quelle che non ha scritto lui; quelle che ha inciso alla svelta, quasi per liberarsene (Dylan non ha mai suonato World Gone Wrong dal vivo). All'orecchio inesperto sembrano brani come gli altri, magari un po' più legnosi, vecchi blues oscuri, curiosità da folklorista. Finché un giorno non ti trovi a canticchiare sconsolato: "All the friends I ever had are gone". E ti rendi conto che era dentro di te da prima che l'ascoltassi, e che non se ne andrà mai: forse dovresti fare come Dylan, trovare un nastro libero e inciderla. Magari a quel punto ti lascerà in pace. Strane cose succedono.

Ti ho detto amore, davanti a Dio,
se non ti lascio, dovrò ammazzarti io
Non posso più essere buono...

A voi non è successo? tanto meglio per voi. C'è chi dice che un bianco non può capire il blues; non è mica una cosa che s'impara sui libri. In effetti. E meglio così, sul serio: non vi auguro di ritrovarvi un giorno in qualche corridoio chiuso dove decidono il vostro destino senza chiedervi un parere, o in ginocchio davanti a qualche macchinario che state rimontando nella certezza che comunque non funzionerà mai più: non vi auguro di ritrovarvi tra le labbra quelle parole spontanee, stonate: I can't be good no more. Su quel treno c'è una persona che fa finta di non vedervi. Once like I did before. Suona il telefono, c'è una persona che non potete fingere di non conoscere. I can't be good baby. Non doveva andare così, ma è un fatto: è andato tutto a puttane. Questo è il blues. Perlomeno, quello che ho capito io. Non subito.

All'inizio pensavo che fosse quella cosa che succede se suoni un riff, lo ripeti sulla corda più bassa e poi su quella alta. Una cosa spontanea, ovvia, come l'abc o il do-re-mi. Che avesse a che fare con la tristezza era una cosa che avevo letto in giro, e ovviamente mi fidavo (al tempo credevamo a tutto quel poco che riuscivamo a leggere in giro), ma non è che lo capissi realmente. Anche perché, alla fine, chi è che cantava il blues ai miei tempi? I Blues Brothers? Non erano tristi. E quando alla fine misi le mani sulle registrazioni complete di Robert Johnson - perché ero uno che voleva fare le cose per bene, persino un po' scolastico, no? In quel negozio c'era una montagna di Nevermind dei Nirvana, diciamo pure una piramide di Nevermind dei Nirvana, era quasi impossibile uscire da lì senza avere in tasca un Nevermind dei Nirvana, ma io dovevo farmi una cultura, e quindi uscii con le registrazioni complete di Robert Johnson - e scoprii che in effetti Sweet Home Chicago non era il pezzo allegrone dei Blues Brothers: ma riuscii a capire perché mentre lo cantava Johnson era più triste della morte? Non credo proprio, no. Sapevo gli accordi del blues e sapevo cos'era la tristezza, ma le due cose non le avevo ancora collegate e sarebbe stato meglio così, dopotutto: non ti danno mica una medaglia quando capisci il blues (più probabile che ti stiano per dare cinque anni senza condizionale).

Quello che sto cercando di dire è che quando ti ritrovi nelle ossa World Gone Wrong, non è mai un buon momento. Come minimo hai appena picchiato una persona cara, o qualcosa di ugualmente triste e... squallido. Quello che non ti dicono in nessun libro, è che c'è qualcosa di profondamente squallido nel blues. È il rantolo concesso a chi non ha più santi a cui pregare - ha rubato a tutti gli altari, profanato tutte le vergini e gli resta solo un po' di miseria tra qui e l'inferno. Quello che sto cercando di dire è che forse non è necessario essere di origine africana per capire il blues (oddio, siamo tutti di origine africana se fai qualche passo indietro) ma sicuramente bisogna essere disperati, e con la coscienza cattiva; e anche in quel caso ti serve un maestro: e dove potevi trovarlo, negli anni Novanta, un maestro disperato con la coscienza cattiva? (Continua sul Post).

martedì 31 ottobre 2017

Come alienare i propri elettori e regalare le elezioni al vecchietto

Quindi Berlusconi nel 2018 potrebbe vincere le elezioni. Negli ultimi giorni chi ha letto i sondaggi – pubblici o riservati, veri o farlocchi (tanto sbagliano tutti) – sembra essersi rassegnato alla cosa. Che Berlusconi decida o no di avvalersi della faccia relativamente nuova di Salvini come candidato premier, la sostanza non cambia; l’ottuagenario già condannato per frode fiscale, già dimessosi da Palazzo Chigi in piena crisi dello spread mentre la stampa mondiale rideva delle sue “cene eleganti”, parteciperà alle sue settime elezioni legislative e potrebbe anche vincerle. Sarebbe la quarta volta in ventiquattro anni. Questo risultato senza precedenti nella storia d’Italia, Berlusconi sembra averlo ottenuto con un minimo sforzo: gli è bastato rimanere vivo, posare ogni tanto per una foto con una fidanzata giovane e un cagnolino, sopportare Salvini e in generale i suoi alleati. Il grosso della fatica sembra averlo fatto il suo apparente antagonista, Matteo Renzi; gli stessi sondaggi danno il suo Pd al terzo posto dietro il centrodestra e il Movimento Cinque Stelle.
Al contrario di B., Renzi in questi quattro anni si è dato molto da fare: nel 2012 ha perso le primarie del centrosinistra, nel 2013 ha vinto quelle del PD; ha vinto le elezioni europee, poi ne ha perse delle altre; ha sostenuto il governo Letta, poi lo ha impallinato; ha sostituito Letta a Palazzo Chigi, ma poi si è giocato la sedia con un referendum perdente; ha sostenuto il sindaco PD di Roma, poi ha impallinato pure lui; ha messo la fiducia sull’Italicum, la Corte Costituzionale gliel’ha bocciato e ha dovuto mettere la fiducia su un’altra legge elettorale che pure lo penalizzerà. Anche il suo probabile piano B (un governo di coalizione col centrodestra) sembra un’opzione disperata, se non un modo di prolungare l’agonia di una carriera politica rapidissima e già in fase calante. Matteo Renzi fino a un certo punto sembrava surfare sulla cresta di una straordinaria onda riformatrice; finché non è successo qualcosa e da lì in poi ha dato la sensazione di annaspare in una piscinetta gonfiabile. Quel che è peggio è che non sembra nemmeno aver capito cosa non abbia funzionato... (continua su TheVision).

sabato 28 ottobre 2017

Sii buono come Dylan lo è con te

Good As I Been to You (1992)

(Il disco precedente: The Bootleg Series Vol. 1-3 (Rare and Unreleased)
Il disco successivo: World Gone Wrong).
C'è un uomo di cui sentirete parlare ovunque andiate
la terra sua è nel Texas, il suo nome Diamond Joe.
I suoi soldi li tiene in un vaso tempestato di diamanti,
le procedure della legge non gli hanno mai dato problemi.

1. TI PORTERÒ A CHICAGO


Al centro di un layout che grida "cestone di autogrill",
la prima foto di Dylan cinquantenne - ed è una bella foto, 

a Dylan i 50 anni donano (erano i 40 che proprio 
non riuscivano a trovare il profilo giusto).

Dov'eravamo rimasti? Senza averlo detto a nessuno, all'inizio degli anni '90 Dylan ha definitivamente smesso di scrivere canzoni. Non è un problema. Sta facendo in media un centinaio di date in giro per il mondo; ha appena piazzato in classifica un cofanetto di scarti che non ha venduto come Biograph, ma alla fine farà anch'esso il suo mezzo milione di copie. Insomma gli affari vanno abbastanza bene, senza bisogno di comporre strofe e ritornelli di cui nessuno sente veramente il bisogno. Sennonché...

...la Columbia vuole il suo disco di inediti.
Anche nel 1992.
C'è scritto sul contratto.

E va bene, dice Dylan, facciamo 'sta sceneggiata. Verso l'inizio dell'estate chiama un vecchio amico pluristrumentista, David Bromberg, la cui carriera di cantautore dopo gli anni '70 si è rapidamente arenata, al punto che ha aperto uno studio da liutaio; prenotami uno studio a Chicago, voglio fare un disco di cover. Povero Bromberg. Devono tremarti le gambe, quando Dylan ti dice che vuole fare un disco di cover. Pensa ai precedenti. Esperimenti abortiti come Self Portrait. Pasticci come Knocked Out Loaded. Oggetti deprimenti come Down in the Groove. La cosa più saggia, quando Dylan ti chiede di fare un disco di cover, è scappare. Invece Bromberg prenota l'Acme Recording Studio. Chiama un violinista, un mandolinista e tutta la compagnia pizzicante. Registreranno il primo vero disco di cover di Bob Dylan - non il solito pasticcio rovinato dai ripensamenti. Un disco serio, rigoroso. Un bel disco, probabilmente.

Non lo sappiamo.
Deve ancora uscire.
Povero David Bromberg.

Ho preso cavalli da Diamond Joe,  ho firmato il suo contratto.
Mi diede una mandria di ronzini così vecchi che non stavano in piedi.
E sono quasi morto di fame, mi ha trattato così male. 

Non ho mai tenuto un dollaro dalla paga di Diamond Joe.
(No, in realtà l'ha pagato. Ma la canzone dice così, e in un qualche modo oscuro le canzoni non mentono).



2. IL RITORNO DEL GEMELLO CATTIVO (o era il buono?)

Quando torna a casa sua in California, Dylan ha una sorpresa: qualcuno gli ha forzato la serratura del garage - più che garage è una piccola sala d'incisione, quella dove i Traveling Wilburys appena nati incisero Handle with Care. Non hanno rubato niente, forse un paio di armoniche (o forse le ha perse Dylan: ha sempre fatto casino con le armoniche). In compenso qualcuno ha lasciato qualcosa. Dei nastri. Dylan non ha nemmeno bisogno di ascoltarli per capire chi è stato: il suo gemello è passato di lì. Quello che non è mai diventato famoso, quello che non è mai passato al rock, quello che continua a strimpellare sui marciapiedi del mondo - in teoria ha la sua stessa età, eppure Dylan è felice che non sia morto di qualche forma di vecchiaia anticipata. Si sa che la vita per strada ti consuma. Vabbe', sentiamo questo nastro - mio dio, è quasi un'ora di roba. Un'ora di voce e chitarra, ma come si fa. Nemmeno nel '64 riuscivi a mantenere l'attenzione per così tanto tempo. E poi senti che voce, mamma mia - non sputa più le sue cattiverie come ai tempi di Blood on the Tracks. Adesso gracchia. La sua glottide è una spina, una puntina di giradischi - ma questa canzone la conosco...

Frankie pulled out a pistol, pulled out a forty-four.
Gun went off a rootie-toot-toot and Albert fell on the floor.
He was her man but he done her wrong.

Frankie and Albert, storia di una tizia che uccise il suo uomo fedifrago a fine Ottocento, al tempo in cui la cronaca nera si diffondeva con le ballate - che roba. Così sei tornato alla fase folkloristica, eh, vecchio Ismaele? beh, almeno adesso hai la voce giusta. Ma a chi credi che possano interessare questi brandelli di antichi giornali? Anche la mano è un po' incerta, una volta sapevi suonare meglio. Si vede che hai avuto problemi alle articolazioni, anche tu...

Frankie got down upon her knees, took Albert into her lap.
Started to hug and kiss him, but there was no bringin' him back.
He was her man but he done her wrong.

Va bene, non è malaccio in fondo, sembra... sembra vera. Suonata da un vecchio cantastorie a un crocicchio. Potrei anche piazzarla da qualche parte nel nuovo disco, per spezzare un po' il ritmo. E poi che c'è? Jim Jones che va a marcire nella colonia penale australiana? Inizio Ottocento ormai. Ismael, stai diventando un museo ambulante.

3. STORIA DELLA CULTURA OCCIDENTALE COME SE FOSSE LA DISCOGRAFIA DI BOB DYLAN

Era un giochino che avevamo iniziato da qualche parte - dunque, i primi dischi acustici sarebbero la fase arcaica. Miti, leggende, echi di guerre civili di duemila anni fa. Con Bringing It All Back Home, e la scoperta del rock, entriamo nell'età classica, che ci regala le maggiori soddisfazioni ma dura pochissimo, chi la vive a momenti manco se ne accorge. Col trauma dell'incidente in moto comincia la fase tardoantica, in cui la barbarie progressivamente penetra entro i confini dell'impero - dapprincipio attraverso le registrazioni nelle catacombe di Big Pink, poi con i riti misterici di JWH - ma è con Nashville Skyline che comincia l'Alto Medioevo: dove c'erano testi filosofici e sapienziali ora si fanno feste danzanti in campagna. I secoli bui si protraggono per tutto il 1970 (Self PortraitDylan, se volete New Morning può essere l'alba del Basso Medioevo). Rifioriscono i commerci, si ritorna in tourBlood on the Tracks non può che essere il Rinascimento quattrocentesco (e allora vedi che in Tangled Up in Blue Dylan non aveva sbagliato secolo?), mente Desire è quello maturo e inquieto di inizio Cinquecento, con le sue tensioni mistiche e simbologie egizie. Street Legal è già manierismo, ma nel frattempo sotto le ceneri cova ben altro; con Slow Train Coming ha inizio la rivoluzione puritana. Cadono teste, i bigotti prendono il parlamento, ma Cromwell comincia a diffidare di loro e dopo la sua morte la repubblica ha breve durata. Già da Shot of Love comincia una lenta transizione da un pomposo barocco a un lezioso rococò, con occasionali tentativi neoclassici (ricordiamo che la classicità per Dylan è il rock and roll). Oh Mercy arriva come un fulmine a ciel sereno: è lo Sturm und Drang? il primo romanticismo? Quindi Good As I Been cosa dovrebbe essere? Forse i fratelli Grimm, la seconda generazione dei romantici che comincia a fare ricerche sul campo. Dylan già si era messo sulle loro tracce con le fiabe e le filastrocche di Under the Red Sky. Ora però fa sul serio - o forse è il suo gemello cattivo, meno incline ai compromessi: le canzoni non si scrivono più, è il popolo che le scrive. Il cantante è solo un medium, un tramite. Attraverso le canzoni possiamo sentire il popolo pensare. Captare le sue emozioni, capire cosa lo appassiona e cosa lo indigna. A volte in realtà non captiamo un bel niente: non ci resta che riflettere davanti a un mistero. Dylan per trent'anni ha riempito il mondo di parole: è ora di tacere e lasciarsi riempire dalle parole del popolo (continua sul Post...)

Was in the summer, one early fall, just tryin' to find my little all and all.
Now she's gone, an' I don't worry: Lord, I'm sittin' on top of the world.

giovedì 26 ottobre 2017

Come costruire un ghetto (ti aiuta anche Gramellini)

Qualche giorno fa sono entrato in un bar e mentre addentavo un cornetto ho scoperto che il mio quartiere è un ghetto. C’era scritto sul giornale. Un ghetto.

Sono uscito a dare un’occhiata. Sembrava proprio lo stesso quartiere. Il parcheggio, la palestra, la chiesa dei frati, tutto regolare. Lo stadio, il sindacato, la bocciofila nell’ex macello, la discoteca dei ragazzini e proprio di fianco la scuola dai muri giallo canarino dove gli italiani sarebbero discriminati dagli… “extracomunitari”. Così diceva il giornale.

Non era un giornale locale. Era il Corriere della Sera. In prima pagina, Gramellini stava dicendo che la Cittadella di Modena - neanche un quartiere, in realtà, un riquadro di strade appena fuori dal Centro - è un ghetto “poco frequentato dai radical chic”. Il feticcio preferito dei giornalisti italiani, i “radical chic”, esistono dunque anche a Modena? Non ne sono così sicuro; ma nel caso senz’altro cercherebbero di iscrivere i figli al liceo qui davanti. Cosa sta succedendo? Perché un affermato giornalista su un quotidiano nazionale sta parlando male del mio angolo di strada - dove evidentemente non ha messo mai piede - e in particolare di... una scuola elementare?



Un passo indietro: a settembre una signora modenese si è resa conto che sua figlia era l’unica, nella sua classe seconda, ad avere un cognome italiano... (ho scritto un pezzo sulla Cittadella su TheVision, perché Modena non ti molla mai).

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